lunedì 28 gennaio 2008

ode al soffritto


non importa se la cucina é piena di luce, se ricalca fino all'ultimo utensile la copertina di AD, o se é piccola e da dividere con un gruppo di studenti con la kefia. se é mezza vuota, se il piano cottura si riduce a due fornelli e per di più elettrici.

tutto sommato, non importa nemmeno che la pentola sia di rame, né tanto meno con fondo d'oro.

l'olio puó essere una miscela giallognola senza odore né sapore del supermercato sotto casa gestito dai cinesi, oppure l'ultimo schizzo dorato delle cantine dei nonni.

e la cipolla. la cipolla puó essere arancione e viola e bianca, e grassoccia e alta e formosa. elegante oppure volgare. a volte puó aprire i chakra bloccati, o trasformarsi in una tragedia greca.
ma nei primi secondi in cui inizia a cantare e ballare nell'olio, nell'attimo in cui l'odore del soffritto ti sorprende alle spalle mentre stai lavando i piatti, proprio in quel momento si rannicchia il significato della vita.

domenica 27 gennaio 2008

la mia torta di compleanno


oggi é il mio compleanno e non avendo visto a madrid qualcosa di almeno lontanamente simile a Romoli o Marinari, ho deciso di farmi da sola la torta.

le mie perversioni gastronomiche si sono scatenate ed il risultato é stato:

- pan di spagna (3 uova, 200 gr di zucchero, 200 gr di farina e 1 bustina di lievito)
- crema pasticcera (3 tuorli, 7 cucchiai di zucchero, 2 di farina, 1/2 litro di latte intero) + panna montata (un tentativo di chantilly)
- caffé amaro e anice per bagnare il pan di spagna
- una bella spalmata di nutella
- una di crema di burro al caffé
- e "dulcis in fundo" (mai piú azzeccato) una sfoglia di marzapane per decorare (che un gentile pasticcere madrileño mi ha fatto, steso, arrotolato e incartato).

- ah, una candelina a forma di 2 ed una a forma di 9.

so che non ci si crede, peró il risulato alla fine non era tanto pesante...della torta, mentre l'etá pesa...eccome se pesa!

venerdì 25 gennaio 2008

madrid fusion


madrid fusion
21-24 gennaio 2008.
la "cumbre" della migliore cucina internazionale.
www.madridfusion.net

scomodando i miei contatti col mondo del giornalismo piú rosa, ho provato ad intrufolarmi come "corrispondente fashion-gastronomico" in questo iperuranio di gusti e nuove tendenze della cucina tradizionale e di quella creativa.

per questa volta non mi é riuscito per questioni di tempi ristretti. ma giá mi sto preparando una buona scusa per non perdermi il "madrid (dulce) fusion" a marzo.
posso rinunciare al caviale. ma al cioccolato non ci penso proprio.

Traslochi Ultima Parte

O almeno così le sembrava. La verità è che aveva dei ricordi piuttosto confusi di quella prima sera. In alcuni punti, il buio era totale. Si ritrovò, nei mesi seguenti, a fargli delle domande imbarazzanti a cui lui rispose con pazienza, mentre altri si sarebbero addirittura offesi.
Però una cosa se la ricordava. Che si era sentita a casa fin dal primo momento. E che adesso, dopo un anno, era lì, a casa, che stava per andare.
Questo pensiero la sorprese, e allo stesso tempo le sembrò talmente ovvio da non meritarsi nemmeno di essere formulato.
All'improvviso si sentì al sicuro e non le importò più molto se fuori stava piovendo ancora. Anzi, corse in cucina, spalancò la finestra e mise il viso più fuori che poteva, gli occhi chiusi e la bocca spalancata. Rimase così per un po', fino a quando non le riuscì di conquistare il primo sorriso a quella giornata.
Andò in bagno, si tolse in fretta l'accappatoio e si asciugò un po' i capelli. Per la prima volta ringraziò la parrucchiera per averglieli tagliati così corti, aveva un milione di cose da fare in un lasso di tempo ridicolo.
Decise di iniziare dall'oceano di vestiti spiegazzati e di scarpe vedove che inondava la sua stanza. Contro ogni ragionevole previsione, non tardò moltissimo a prosciugare quell'oceano. In fondo, pensò, essere una professionista dei traslochi aveva i suoi vantaggi. Si dimenticò anche di mangiare.
In un paio d'ore, le due valigie fameliche sul letto dei suoi genitori erano state richiuse, i libri ordinatamente divisi per genere e autore in tre scatoloni diversi e le sue mug nella fossa comune del “varie”. Non sapeva come ci era riuscita. Non sapeva nemmeno se la casa che stava per lasciare, con un biglietto aereo di sola andata in mano, sarebbe entrata nei suoi sogni.
Sapeva solo che le energie avevano finalmente ripreso a rimescolarsi, come per ogni trasloco. Solo che stavolta, semplicemente, sarebbe andata via da sola e non avrebbe potuto portarsi dietro tutto.

domenica 20 gennaio 2008

di cosa sa "La moglie di Joza" di Kveta Legàtovà


Titolo: La moglie di Joza (Jozova Hanule)
Autore: Kvĕta Legátová
Pubblicato da: Nottetempo, 2007
Il gusto secondo me: latte appena munto, tè caldo alle erbe, pane fatto in casa, carote, cipolle, porro del piccolo orto non recintato dietro la casupola di Mánek, uova fresche, mele, marmellata di more che profuma dalle pentole di rame, noci di burro in cucchiai di argilla. Un gusto che Hana si ritrova all’improvviso appiccicato al palato. Semplice, nuovo. Non voluto. Amaro. Almeno fino a quando non scende fino al petto. Fino al cuore. E ancora più in fondo. In un luogo della sua memoria stanca in cui il caviale e la puzza di fritto misto della città non provocano più nessuna nostalgia. Perché quello di cui ha fame è tutto lì, in un ordine quasi cosmico, sul solido tavolo di legno della casa dove ha scelto di stare.
Il libro e il frigorifero (ovvero cosa mangiano, tra una parola e un’altra, i protagonisti): “In una padella ho fritto una cipolla, ci ho rotto due uova, ho affettato un porro e l’ho mescolato con aglio tritato. Joza ha portato dalla piccola cantina delle verdure sottaceto e mi ha dato della paprica dolce, uno dei piatti più rapidi e gustosi di Žeňa.”.
Il gusto ufficiale:

sabato 12 gennaio 2008

Traslochi Parte (5)


Arrivò a casa sua una sera di Novembre con un taxi, carica di buste della spesa e in equilibrio sui tacchi alti.
“Voglio che cucini per me.”. Lo ripeteva da settimane.
Nella sua timidezza, quel ragazzo si era rivelato piuttosto ostinato. Si meritava almeno una opportunità, o un risotto ai funghi, che poi era la stessa cosa, pensava.
Entrò e posò un po' maldestramente le buste sul tavolo della cucina. Una mela verde rotolò prima fuori dalla busta e poi sul pavimento, ma nessuno dei due si prese la briga di raccoglierla. Lui era troppo concentrato a guardarla come se fosse il primo premio della lotteria. E lei troppo concentrata a dimostrare che questo non la metteva minimamente in imbarazzo.
La sua casa le piacque subito, pensò che era grande, pulita, con un'aria da loft newyorkese, solo molto meno pretenzioso. Qualche suo quadro alle pareti.
A differenza di molte altre altre case, era piena di luce anche se era sera.
Forse era perché di notte, dalle due immense finestre in fondo alla stanza, si vedeva la stazione dei treni brillare di una luce blu. Placida, indifferente e metropolitana.
O forse, semplicemente, il merito ce l'aveva il sogno che aveva fatto qualche giorno prima. Aveva sognato una casa inondata di sole e un abbraccio di lana con quel ragazzo silenzioso e serio che le aveva appena aperto la porta della sua casa.
Praticamente si innamorò di lui in sogno ed era a questo amore che aveva ceduto prima ancora che alla cocciutaggine dei suoi inviti a cena.
L'unica cosa che fece da sola fu aprire una bottiglia di vino bianco, il resto lo fecero e continuarono a farlo insieme.

martedì 1 gennaio 2008

di cosa sa "Chesil Beach" di Ian McEwan



Titolo: Chesil Beach
Autore: Ian McEwan
Pubblicato da: Einaudi, 2007
Il gusto secondo me: questo libro di McEwan (il primo che ho letto e sicuramente non l’ultimo che leggerò!) è buono come gli spicchi di sole di pasta ripiena alla zucca, come le olive che scoppiano del loro ripieno, i crostini con il lardo che continua a fondere fin dentro la bocca, i carciofi che schizzano e friggono, gli sformati fumanti di funghi freschi, la polenta con il sugo della salsiccia, il salame piccante che – anche se dici basta- ne mangi sempre più di una fetta, buono come distese rosse e bianche di prosciutto iberico, come il cuore del brie, l’anarchia delle tagliatelle con il sugo di cinghiale, il profumo…il profumo del risotto al tartufo, l’insalata con i chicchi di melagrana e le arance, il barolo, il tiramisù, il cioccolato col Marsala, la crema ghiacciata al passito di Pantelleria, la mousse al cioccolato bianco e crema di lamponi, la maracuja e lo zafferano, i datteri, il caffé e una goccia di amaro.
I due protagonisti si siedono a questa tavola meravigliosa intimoriti e troppo composti, esaminano ora l’una ora l’altra leccornia con diffidenza, ad alcune pietanze concedono l’onore di un tentativo. Vogliono, ma non possono. O forse non vogliono e basta. Uno dei due si alza di scatto e lascia cadere la sedia. L’altro lo lascia andare. I giocatori hanno perso. Tutti e due. Si volteranno indietro mille volte, ma rimarranno digiuni.
Il libro e il frigorifero (ovvero cosa mangiano, tra una parola e un’altra, i protagonisti): “una fetta di melone guarnita da un singolo esemplare di ciliegia candita”, “fette di un arrosto cotto da tempo adagiate in un sugo denso, verdure arcilesse e patate dal colorito bluastro. Il vino arrivava dalla Francia anche se l'etichetta, impreziosita dal volo di un'unica rondine, non specificava nessuna regione di origine in particolare.”
Il gusto ufficiale:
http://www.einaudi.it/einaudi/ita/news/can1/5-1112.jsp

Traslochi Parte (4)



Ma preferì scendere dalla ruota panoramica impazzita dei suoi ricordi e, senza nemmeno chiedersi a che altezza stava il suo seggiolino, si buttò giù e atterrò davanti allo specchio un po' appannato del bagno.
Tra vapore e gocce d'acqua, comparirono piano piano la sua carne bianca, il suo viso, il suo seno piccolo come una mela, i suoi fianchi larghi e il suo sedere morbido.
Pensò a quanti complessi le aveva creato l'ordine degli aggettivi sul suo corpo: c'era stato un tempo in cui avrebbe voluto un seno largo e morbido ed un sedere piccolo come una mela.
Ma ormai era acqua passata, ormai il suo corpo era meraviglioso, non poteva più essere troppo o troppo poco, poteva soltanto essere. Perché qualcuno aveva scelto di dormirci, di mangiarci, di traslocarci e di abitarci.
A dir la verità, prima aveva scelto di mangiarci.